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Sicurezza sociale e prevenzione del crimine     (1/1)

Quali sono le condizioni che definiscono il rischio della devianza? In psicologia si sono sviluppati tre principali modelli esplicativi che utilizzano tre paradigmi: il paradigma della causalità diretta (modello deterministico); quello della causalità multifattoriale; il paradigma della causalità circolare sistemica (modello interazionale).

La causalità diretta fa riferimento alla ricerca delle cause che, direttamente ed esclusivamente, precedono l’evento negativo. La causalità multifattoriale riconosce, invece, molteplici variabili che possono, per vie indipendenti tra loro, condurre ad un medesimo risultato evolutivo. Il terzo paradigma esplicativo della causalità circolare sistemica abbandona la ricerca di rigidità predittiva, e considera la natura umana impossibilitata ad entrare all’interno di modelli meccanicistici basati sulla relazione tra causa ed effetto. La prospettiva di osservazione che ne consegue da grande importanza alla complessità individuale e relazionale.

In linea con questo orientamento, il modello interazionista della sviluppo sostiene l’inutilità della ricerca delle “cause vere”; appare più funzionale porre attenzione sul processo interattivo entro cui assumono forma i concetti di sviluppo, rischio e prevenzione. Tre gli elementi che compongono il modello secondo gli studi di Bronfenbrenner: persona, processo e contesto. Per persona ci si riferisce alle tendenze comportamentali e mentali degli individui; per contesto si intende tutto l’insieme di elementi dell’ambiente in cui le persone agiscono; per processo si intende la modalità di interazione dei diversi elementi. Un’attenzione specifica va rivolta al concetto di moderatore che costituisce un’innovazione: questo non è un fattore causale, ma una potenzialità, vantaggiosa o svantaggiosa, che si può esplicare all’interno di un processo.

Sempre in una cornice di interazionismo si colloca il modello di Albert Bandura, il determinismo triadico reciproco secondo il quale le azioni messe in atto da un individuo sono sempre il risultato di un’interazione reciproca tra persona, ambiente e condotta. All’interno di questa cornice assume particolare importanza il concetto di “human agency”, la capacità della mente di agire attivamente nel mondo. Il termine “agentività” sta ad indicare la capacità dell’individuo di intervenire in senso causale sulla realtà. E’ il significato della mente proattiva, un individuo che agisce sia sul proprio mondo interno che sull’ambiente, finendo per trasformare entrambi. Lo fa a partire da quelle che sono le sue precondizioni, dunque la sua storia, le sue caratteristiche, ma soprattutto in funzione delle sue anticipazioni. L’anticipazione rappresenta una tipica capacità della mente umana in base alla quale la persona si muove nella realtà anticipando gli eventi futuri. Ancora la mente è capace di simbolizzazione attraverso la quale le esperienze vengono trasformate in modelli interni che consentono di dare significato alle esperienze future; apprendimento vicario che consente all’individuo di aumentare in proprio bagaglio di competenze osservando le esperienze altrui; autoriflessione attraverso cui la persona osserva e analizza se stesso e i processi del proprio pensiero; autoregolazione che permette di orientare il proprio comportamento in funzione di obiettivi e standard personali.

Altra componente centrale proposta da Bandura è l’autoefficacia percepita, diversa dall’autostima in quanto riferita alla convinzione che una persona ha di riuscire a muovere tutta una serie di azioni atte al raggiungimento di un obiettivo prestabilito. Tale convinzione incide sull’esito degli eventi in quanto attiva nella persona sforzi coerenti con le risorse personali ed ambientali in possesso.

La possibilità di effettuare interventi preventivi necessita l’identificazione delle aree di influenza più rilevanti per le persone a rischio di devianza, ma non è oggettivamente possibile riconoscere i singoli fattori, né predefinire forme di influenza reciproca. Si parla di meccanismi autoregolativi, cioè di modalità che permettono alla persona di gestire le diverse variabili e i termini di utilizzo nel contesto di vita.

L’influenza della famiglia, ad esempio, è ormai un aspetto indiscusso all’interno della psicologia. Essa, quando assume una valenza di problematicità o di disfunzionalità, diventa un sistema che contribuisce fortemente a condizionare la scelta dei percorsi devianti. La famiglia assume, così, un livello di influenza nei confronti del quale è molto difficile riuscire a contrapporre una pressione dall’esterno. Essenziale in tal senso diventa anche il gruppo dei pari, soprattutto se si pensa che molti percorsi devianti cominciano in adolescenza ed in collettività. L’autoregolazione del gruppo si fonda sulla produzione di norme, ruoli e processi di influenzamento reciproco, basti pensare alla sottocultura del gruppo che riguarda gli assunti condivisi implicitamente dai suoi membri. Altra funzione essenziale del gruppo è quella della leadership che va intesa quale dimensione interattiva che connette le caratteristiche del leader, quelle del gruppo e la modalità di raggiungimento degli obiettivi.

Il concetto di sicurezza soggettivamente percepita si riferisce alla capacità che la persona si riconosce di controllare e prevenire gli eventi, al fine di assicurare la propria stabilità. Vista l’impossibilità di perseguire pienamente questo fine, vengono messi in moto meccanismi difensivi volti ad isolare quanto percepito come minaccioso, così come avviene con i processi di etichettamento.

Ricordiamo come storicamente, coerentemente con quanto affermato dalla scuola classica, l’intervento giudiziario è stato orientato al “risarcimento” nei confronti della società a seguito della rottura del “patto sociale”. Secondo il pensiero positivista, l’agire penale è stato mosso dalla “riabilitazione” della persona che la società stessa ha messo in condizione di violare il patto sociale. Da una parte l’attenzione al reato, dall’altra alla persona deviante da recuperare e restituire alla società come cittadino responsabile e consapevole. Dalla storia emerge come sia stato per lungo tempo trascurata la vittima ed il suo ruolo. Gli studi più recenti parlano della “vittimologia” come di un fecondo campo di ricerca sia per la criminologia che per la psicologia giuridica. Due i filoni principali: il primo riguarda i nessi di significato che legano la vittima all’autore di reato e alla situazione; il secondo attiene ai danni del reato che possono essere primari, intesi come conseguenza diretta dell’azione, e “vittimizzazione secondaria”, legata a tutte quelle situazioni conseguenti al reato come l’entrare in contatto con la giustizia, l’essere interrogati, il dover testimoniare. I recenti studi in tal senso rimandano alla “teoria degli stili di vita” che afferma che il rischio di vittimizzazione deriva dal condurre una vita che porta frequentemente a contatto con possibili autori di reato. La teoria della attività routinaria sostiene che devono essere presenti tutta una serie di condizioni ed eventi perché il rischio di devianza si concretizzi.