Quali sono le condizioni che definiscono il rischio della devianza?
In psicologia si sono sviluppati tre principali modelli esplicativi
che utilizzano tre paradigmi: il paradigma della causalità diretta
(modello deterministico); quello della causalità multifattoriale; il
paradigma della causalità circolare sistemica (modello interazionale).
La causalità diretta fa riferimento alla ricerca delle cause che,
direttamente ed esclusivamente, precedono l’evento negativo. La
causalità multifattoriale riconosce, invece, molteplici variabili
che possono, per vie indipendenti tra loro, condurre ad un medesimo
risultato evolutivo. Il terzo paradigma esplicativo della causalità
circolare sistemica abbandona la ricerca di rigidità predittiva, e
considera la natura umana impossibilitata ad entrare all’interno di
modelli meccanicistici basati sulla relazione tra causa ed effetto.
La prospettiva di osservazione che ne consegue da grande importanza
alla complessità individuale e relazionale.
In linea con questo orientamento, il modello interazionista della
sviluppo sostiene l’inutilità della ricerca delle “cause vere”;
appare più funzionale porre attenzione sul processo interattivo
entro cui assumono forma i concetti di sviluppo, rischio e
prevenzione. Tre gli elementi che compongono il modello secondo gli
studi di Bronfenbrenner: persona, processo e contesto. Per persona
ci si riferisce alle tendenze comportamentali e mentali degli
individui; per contesto si intende tutto l’insieme di elementi
dell’ambiente in cui le persone agiscono; per processo si intende la
modalità di interazione dei diversi elementi. Un’attenzione
specifica va rivolta al concetto di moderatore che costituisce
un’innovazione: questo non è un fattore causale, ma una
potenzialità, vantaggiosa o svantaggiosa, che si può esplicare
all’interno di un processo.
Sempre in una cornice di interazionismo si colloca il modello di
Albert Bandura, il determinismo triadico reciproco secondo il quale
le azioni messe in atto da un individuo sono sempre il risultato di
un’interazione reciproca tra persona, ambiente e condotta.
All’interno di questa cornice assume particolare importanza il
concetto di “human agency”, la capacità della mente di agire
attivamente nel mondo. Il termine “agentività” sta ad indicare la
capacità dell’individuo di intervenire in senso causale sulla
realtà. E’ il significato della mente proattiva, un individuo che
agisce sia sul proprio mondo interno che sull’ambiente, finendo per
trasformare entrambi. Lo fa a partire da quelle che sono le sue
precondizioni, dunque la sua storia, le sue caratteristiche, ma
soprattutto in funzione delle sue anticipazioni. L’anticipazione
rappresenta una tipica capacità della mente umana in base alla quale
la persona si muove nella realtà anticipando gli eventi futuri.
Ancora la mente è capace di simbolizzazione attraverso la quale le
esperienze vengono trasformate in modelli interni che consentono di
dare significato alle esperienze future; apprendimento vicario che
consente all’individuo di aumentare in proprio bagaglio di
competenze osservando le esperienze altrui; autoriflessione
attraverso cui la persona osserva e analizza se stesso e i processi
del proprio pensiero; autoregolazione che permette di orientare il
proprio comportamento in funzione di obiettivi e standard personali.
Altra componente centrale proposta da Bandura è l’autoefficacia
percepita, diversa dall’autostima in quanto riferita alla
convinzione che una persona ha di riuscire a muovere tutta una serie
di azioni atte al raggiungimento di un obiettivo prestabilito. Tale
convinzione incide sull’esito degli eventi in quanto attiva nella
persona sforzi coerenti con le risorse personali ed ambientali in
possesso.
La possibilità di effettuare interventi preventivi necessita
l’identificazione delle aree di influenza più rilevanti per le
persone a rischio di devianza, ma non è oggettivamente possibile
riconoscere i singoli fattori, né predefinire forme di influenza
reciproca. Si parla di meccanismi autoregolativi, cioè di modalità
che permettono alla persona di gestire le diverse variabili e i
termini di utilizzo nel contesto di vita.
L’influenza della famiglia, ad esempio, è ormai un aspetto
indiscusso all’interno della psicologia. Essa, quando assume una
valenza di problematicità o di disfunzionalità, diventa un sistema
che contribuisce fortemente a condizionare la scelta dei percorsi
devianti. La famiglia assume, così, un livello di influenza nei
confronti del quale è molto difficile riuscire a contrapporre una
pressione dall’esterno. Essenziale in tal senso diventa anche il
gruppo dei pari, soprattutto se si pensa che molti percorsi devianti
cominciano in adolescenza ed in collettività. L’autoregolazione del
gruppo si fonda sulla produzione di norme, ruoli e processi di
influenzamento reciproco, basti pensare alla sottocultura del gruppo
che riguarda gli assunti condivisi implicitamente dai suoi membri.
Altra funzione essenziale del gruppo è quella della leadership che
va intesa quale dimensione interattiva che connette le
caratteristiche del leader, quelle del gruppo e la modalità di
raggiungimento degli obiettivi.
Il concetto di sicurezza soggettivamente percepita si riferisce alla
capacità che la persona si riconosce di controllare e prevenire gli
eventi, al fine di assicurare la propria stabilità. Vista
l’impossibilità di perseguire pienamente questo fine, vengono messi
in moto meccanismi difensivi volti ad isolare quanto percepito come
minaccioso, così come avviene con i processi di etichettamento.
Ricordiamo come storicamente, coerentemente con quanto affermato
dalla scuola classica, l’intervento giudiziario è stato orientato al
“risarcimento” nei confronti della società a seguito della rottura
del “patto sociale”. Secondo il pensiero positivista, l’agire penale
è stato mosso dalla “riabilitazione” della persona che la società
stessa ha messo in condizione di violare il patto sociale. Da una
parte l’attenzione al reato, dall’altra alla persona deviante da
recuperare e restituire alla società come cittadino responsabile e
consapevole. Dalla storia emerge come sia stato per lungo tempo
trascurata la vittima ed il suo ruolo. Gli studi più recenti parlano
della “vittimologia” come di un fecondo campo di ricerca sia per la
criminologia che per la psicologia giuridica. Due i filoni
principali: il primo riguarda i nessi di significato che legano la
vittima all’autore di reato e alla situazione; il secondo attiene ai
danni del reato che possono essere primari, intesi come conseguenza
diretta dell’azione, e “vittimizzazione secondaria”, legata a tutte
quelle situazioni conseguenti al reato come l’entrare in contatto
con la giustizia, l’essere interrogati, il dover testimoniare. I
recenti studi in tal senso rimandano alla “teoria degli stili di
vita” che afferma che il rischio di vittimizzazione deriva dal
condurre una vita che porta frequentemente a contatto con possibili
autori di reato. La teoria della attività routinaria sostiene che
devono essere presenti tutta una serie di condizioni ed eventi
perché il rischio di devianza si concretizzi.