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Grafologia del Disegno

 

DISEGNO E SIGNIFICATI

Così come la scrittura in senso stretto, anche il disegno risente di quel che siamo come persone e delle nostre caratteristiche individuali. Un disegno parla, racconta di noi, simboleggia l’immenso materiale che costruisce la nostra psiche e la nostra personalità. Fermo restando che il disegno non si può “etichettare” come una produzione espressamente infantile proprio perché ciascun individuo è in grado di lasciar segno e lo fa quasi inconsciamente davanti ad un foglietto quando si trova al telefono o ascolta una lezione noiosa, sarà importante riscoprire l’immensa dote espressiva che questo può rappresentare soprattutto per l’universo adulto, troppo impiantato in schemi di comportamento rigidi e atrofizzati che ne uccidono la creatività e le risorse più intime.
Dalla scienza grafologica, attenta a riconoscere e valutare non solo i singoli gesti della mano che traccia la sua scrittura ma l’intero atto del produrre segno, è possibile ricavare non poche intuizioni che ci aiutano a comprendere il sottile linguaggio del disegno e del suo cromatismo.
Lungi dal voler definire uno schema interpretativo, che deve essere mantenuto lontano da chi ambisce a conoscere profondamente il linguaggio del segno grafico, proviamo ad addentrarci all’interno dello spazio bianco del foglio per osservarne caratteristiche e significati profondi. Il disegno, come qualsiasi altra produzione grafica, parte dal bianco di un foglio che accoglie, attira e dispone ogni singolo segno.
A tal fine, ciò che può essere utile studiare è lo schema della disposizione spaziale di ogni singola produzione nel foglio. Pulver è stato uno dei primi a fare di questi importanti studi di simbologia spaziale un prezioso schema di riferimento: egli ha riconosciuto per ogni area gestita dall’occhio e dalla mano un particolare simbolismo che lega la stessa spazialità del foglio alla più delicata modalità di affrontare la vita, di “prendere spazio” se volessimo adoperare una chiara metafora.
Se potessimo distinguere la spazialità del foglio bianco andremmo incontro ad una prima scansione spazio-temporale: da una parte l’alto del foglio, il “nord” geografico della carta; dall’altro opposto il basso, il suo “sud”; ancora a sinistra lo spazio che porta l’occhio a guardare indietro; dall’altro lato la destra che ne permette il movimento opposto. Se ci immaginassimo al centro del foglio, come al centro della nostra vita, vedremmo girare le quattro dimensioni spaziali attorno al nostro corpo, come in una grande mappa psicologica.
E allora, andiamo per gradi.
Se portassimo lo sguardo in alto al foglio, vi ritroveremmo l’area che Pulver riconosceva appartenere agli ideali, al prospetto della pianificazione, dei progetti, della “mentalizzazione”, di ciò che guida idealmente la nostra vita. A quest’area occorrerà guardare per osservare la “pienezza” o meno della vita psichica di chi disegna.
In alto il cielo e gli ideali, in basso la concretezza della terra che accoglie e che ci fa puntare bene i piedi sul pavimento. In basso nel foglio proprio il piano della realizzazione pratica, della materialità in senso stretto, della produzione e della affermazione della persona che lascia segno di sé. Un piano materiale caricato e supportato, magari, da un’area “nord” eccessivamente vuota – come l’esatto contrario – fa pensare a disarmonie tra il pensare ed il fare o a difficoltà nel relazionare quanto si sogna e quanto si realizza. Sarà, naturalmente, la “qualità” di quanto prodotto ad aiutare a comprendere la modalità di tale relazione.
A sinistra del nostro sguardo, nella sinistra geografica del nostro foglio, Pulver si ritrovava gli importanti schemi mentali appartenenti al nostro passato, a quanto si è fatto e si continua a valutare sul nostro “ieri”, al legame costruito con l’infanzia. La sinistra ricorda anche il proprio rapporto con se stessi, con la propria interiorità, con la capacità introspettiva o la riservatezza. La psicoanalisi vi ha ritrovato il legame con la figura materna.
A destra, invece, tutto il lato legato all’avvenire, al futuro, all’attività, l’esatto contrario di quanto presuppone la sinistra. La destra spinge fuori da noi stessi, canalizza le energie verso l’altro e presuppone quanto la persona sia in grado di investire sulla propria realizzazione.
Un po’ come per l’occupazione degli spazi in alto ed in basso, anche in questo caso sarà importante riconoscere le disarmonie: vedere occupare eccessivamente un lato nel totale abbandono dell’altro ci costringe ad osservare la relazione di chi disegna tra se stesso e gli altri, tra il proprio passato ed il proprio futuro, l’armonia esistente tra ciò che sperava di diventare e ciò che si sente di essere divenuto… Naturalmente, blocchi di colore, eccessivi bianchi come eccessivi riempimenti fanno pensare.
È importante che la persona che disegna possa sentirsi “padrona” del proprio spazio ed occupare costruttivamente la scena che si apre davanti ai suoi occhi. Disegni troppo piccoli o troppo grandi spingono a pensare a come la persona viva se stessa, se con immagini di inferiorità o di bassa autostima (figure troppo minute) o con difficoltà contenitive (figure che emergono dal fuori o ne superano i margini).
Altro dato importante nel primo approccio al disegno potrebbe essere ritrovato nella qualità del tratto grafico: tratti sottili, leggeri, minuti dimostrano una storia diversa da tratti pesanti, allungati, graffianti o seghettati. La grafologia viene incontro a queste differenze, insegnando ad integrare lo sguardo globale al disegno con attente osservazioni sul filo grafico che lo ha costruito, un filo grafico che per ciascuno di noi rappresenta la propria individualità. Sebbene sarà possibile lavorare su spazialità e forme grafiche in quanto la stessa vita ci porterà a modificarle con lo scorrere degli eventi, il tratto grafico rappresenterà, sempre, il nostro caratteristico dna.
Altra fonte di informazione su chi disegna potrà essere il suo personale uso del colore che ci apre espressamente al mondo emotivo – momentaneo alcune volte – di chi disegna. Ricordando che l’uso casuale o temporaneo di un colore non può definire nessun significato definitivo, sarà cura di chi osserva un disegno valutare la “disponibilità” della persona a “stare dentro i cromatismi”, senza rifiuti a priori. Ci sono dei colori che primeggiano? Altri che non vengono mai adoperati? La lettura simbolica di ciò che i nostri occhi stanno guardando indiscutibilmente ne dovranno tenere conto, ma occorrerà, come già detto, sottrarsi ad interpretazioni definitive di un campo – la vita psichica ed emotiva della persona – che per antonomasia è qualcosa di fluttuante e dinamico.