| I grandi della psicologia |
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Alla scoperta dei grandi nomi della cultura psicologica! Piccolo saggio conoscitivo su: Sigmund FREUD, Carl ABRAHAM, Sandor FERENCZI, Heinz HARTMANN W.R.D. FAIRBAIRN, Heinz KOHUT, Wilfreid BION...
I grandi della psicologia
Sin dagli inizi della sua opera, l’interesse di Sgmund Freud è stato rivolto allo studio del funzionamento della mente, in particolare dei suoi dinamismi. Nei suoi studi acquista gran spazio il conflitto intrapsichico, cioè la lotta tra forze e strutture riconosciute incompatibili all’interno della propria personalità. La tappa iniziale: l’isteria Il punto di partenza è rappresentato dalla collaborazione tra Freud e Breuer che trova negli “Studi sull’isteria” la propria realizzazione: qui è già evidente lo psicologo presente sia in Freud che in Breuer perché proprio questo ruolo porta i due ad interrogarsi sul “motivo per ammalarsi” e ad ipotizzare nel passato l’origine di questo motivo. Questo passato può essere riattualizzato, dapprima seguendo il metodo dell’ipnosi appreso da Charcot e della abreazione (catarsi), successivamente con le libere associazioni, l’interpretazione dei sogni e l’analisi del transfert. Queste intuizioni contengono già le premesse alla convinzione della continuità nella vita mentale. Freud chiama questa vita mentale “psiche”. L’idea di una continuità nella vita mentale di ciascuno è di essenziale importanza per comprendere lo sviluppo della mente e delle sue deviazioni. Negli studi si legge l’ipotesi di connessioni possibili tra il “fatto originario” (trauma) e i sintomi. In questi anni il metodo psicoanalitico non esiste ancora: Freud oscilla tra l’idea di un fatto originario, responsabile di tutto, o di una serie di episodi infantili che definiscono una specifica patologia. Però, già in questa fase, Freud sottolinea l’esistenza di relazioni simboliche che legano sintomo e simbolo, aspetto importantissimo per lo sviluppo della psicoanalisi successiva. Il problema, in effetti, è dato non dal singolo trauma quanto da più traumi parziali, più fatti in apparenza non rilevanti o addirittura banali che stanno alla base di numerosi disturbi, siano essi isterici o di altro tipo. Con l’intervento su Anna O, seguita da Breuer, che nasce la “talking cure”, la cura della parola, alla base della teoria psicoanalitica. Tutte le persone seguite successivamente ribadiscono che il paziente non va tanto guidato quanto ascoltato in ciò che ha da dire, del suo presente e del suo passato, dei suoi conflitti e dei suoi sensi di colpa, delle sue aspirazioni e dei suoi slanci. Non interessa la diagnosi; interessa invece la capacità del medico di riconoscere la persona che soffre, toccata dalla fatica della vita. In ogni caso, è l’isteria la via di accesso alla psicoanalisi intesa come relazione. La seconda tappa: il desiderio sessuale La svolta essenziale del percorso clinico e teorico di Freud avviene con la presa di coscienza che eventi traumatici in precedenza considerati reali potevano essere il risultato di fantasie. Molti “traumi” considerati reali da Freud erano infatti solo il prodotto di fantasie dei suoi pazienti. La fantasia non è meno pregnante di ciò che consideriamo come “realtà”. A partire da questa presa di coscienza, il pensiero di Freud si rivolge a fattori interni con la conseguente accentuazione del concetto di desiderio inconscio. In questa prospettiva, il sogno finisce per essere visto come appagamento di un desiderio inaccettabile, “censurato”. Il desiderio, ed in particolare quello sessuale, inizia a essere inteso come la “forza motrice” di ogni sintomo. I desideri inconsci sono considerati di natura sessuale. Essi sin manifestano sin dall’infanzia, il che conferma che la vita mentale è caratterizzata da continuità e che l’infanzia non rappresenta un’epoca senza legami con quello che verrà ma che, al contrario, questa condiziona l’adulto che sarà. Alla seconda tappa del pensiero freudiano appartengono alcuni scritti che hanno permesso di porre le basi all’edificio psicoanalitico. Il primo scritto al quale è doveroso riferirsi è quello relativo a Dora il cui sottotitolo è “Frammento di un’analisi di isteria”. Dora, da adolescente, mette in moto tutti i suoi fantasmi nella relazione terapeutica con Freud ma permette a quest’ultimo di avvicinarsi, attraverso il sogno, a quanto da lei rimosso. La conclusione alla quale giunge è che i sintomi mostrati dalla ragazza non sono tanto manifestazioni di traumi quanto segnali di conflitti attuali e pregressi. Il malato usa un linguaggio che, come accade per i sogni, può essere decifrato. Il sintomo isterico acquista un senso non tanto in sé quanto per i significati che il soggetto vi conferisce. Perché il sintomo si manifesti deve esserci una compiacenza somatica che permette uno sfogo organico ai processi psichici inconsci. Si fa strada l’idea di una interconnessione tra psichico e somatico. In ogni caso, i sintomi vengono risolti ricercando il significato psichico. Freud, però, usa molta cautela di fronte al salto dalla mente al corpo. E’ evidente per Freud che la mente poggia sul corpo, un corpo che orienta la mente: l’Io è un Io corporeo, dirà Freud nel 1922. Sono intuizioni importanti come l’idea di malattia come unica arma per affermarsi; dell’inutilità della rassicurazione; di predisposizione sessuale indifferenziata del bambino; di confusione sessuale nella pubertà. Il caso di Dora coincide con la scoperta del transfert o traslazione: lo spostamento di schemi di sentimenti, pensieri, comportamenti, sperimentati originariamente con figure significative dell’infanzia, su una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Se la traslazione può apparire all’inizio come un ostacolo o una resistenza, di fatto è il miglior alleato dello psicoterapeuta nel risolvere la nevrosi. Questa nuova visione della terapia farà nascere concetti quali quello di “alleanza terapeutica” tra terapeuta e paziente, “controtransfert” che designa il complesso delle reazioni inconsce di un analista verso il paziente. La “molla” della traslazione è data dalla proiezione, l’attribuzione all’altro dei sentimenti e dei desideri che il soggetto rifiuta di sé, quel meccanismo che insieme all’introiezione sta alla base dello sviluppo. Il comportamento dei bambini mostra con chiarezza, secondo Freud, che la sessualità non è esclusivamente un fenomeno adulto e che non coincide con la genialità. La pulsione sessuale nei bambini consiste in una spinta (carica energetica) la cui fonte è uno stato di eccitamento del corpo che si specifica in relazione alla meta e all’oggetto. Ciò che garantisce la continuità nella vita è appunto questa pulsione che sta al limite tra il corporeo e lo psichico. In un primo memento la pulsione è autoerotica nel senso che si rivolge al proprio corpo, successivamente si rivolge verso l’esterno, verso oggetti o persone di cui il neonato prende atto. Freud distingue tra organizzazioni sessuali pregenitali e un’organizzazione sessuale vera e propria. Le prime sono parziali: quella orale o cannibalesca organizza l’attività sessuale nella relazione con il cibo; quella sadico-anale nella relazione con la mucosa erogena intestinale; in quella fallica il bambino si lega all’organo con il tentativo di dare risposte alle sue curiosità e con pratiche di autostimolazione e comprendendo la diversità sessuale sulla base della presenza o dell’assenza dell’organo maschile. Con l’ingresso nel periodo di latenza si comincia ad instaurarsi un’organizzazione genitale vera e propria, organizzazione che Freud vede in senso “allargato”, ossia nella possibilità che questa si apra ad altri aspetti del piacere che esulano dalla genialità. Freud giunge così a parlare del bambino come di un “perverso poliformo” proprio per la sua disponibilità a ricercare piaceri sensoriali di varia natura. In questa luce Freud riconosce nel gioco infantile tracce di un pensiero che riguarda l’ambito del desiderio e non quello della realtà; individua nel fantasticare uno spazio mentale che il bambino usa per soddisfare quei desideri sessuali impraticabili. Il conflitto interno tra il desiderio ed il timore del desiderio spiega, ad un certo punto, determinati pensieri “intollerabili” della quale la persona cerca di sbarazzarsi (rimozione). Freud privilegia l’analisi delle fantasie inconsce per cercare di spiegare la formazione del delirio ed i processi di scatenamento della follia. Egli giunge a comprendere come proprio il conflitto tra l’Io e la pulsione sessuale sia alla base della dinamica del pensiero psicotico. Sarà grazie alla scoperta del narcisismo che Freud riuscirà a superare l’idea della sessualità stessa intesa come un semplice stato di eccitazione. In “Introduzione al narcisismo” egli comprende che la questione si connette ai processi di identificazione, cioè quei processi psicologici con cui il soggetto assimila un aspetto o un attributo di una persona e si trasforma secondo quel modello. Vengono così descritte due modalità di amore: l’amore di tipo narcisistico e l’amore anaclitico o “per appoggio”, un amore che può essere rivolto a qualcuno che rappresenta la nutrice o l’uomo protettivo. Freud introduce così il concetto di “sentimento di sé” considerato frutto dell’investimento libidico dell’Io, ossia dell’interesse che ognuno ha per la propria persona. Dunque, il padre della psicoanalisi compie un importante salto: occupandosi dei fenomeni nevrotici ha formulato una teoria della libido oggettuale; rivolgendosi agli psicotici ha posto attenzione alla studio dell’Io. Tutto ciò lo portò a comprendere che non potrebbe esistere possibilità di evoluzione dal mondo fantastico dell’infanzia se non operasse un Io ideale. Questo va distinto dall’Ideale dell’Io: mentre l’Io ideale è legato al ricordo dell’età infantile con la sua onnipotenza, il suo narcisismo e la sua megalomania, l’Ideale dell’Io rappresenta un fattore incoraggiante, una speranza. L’Ideale dell’Io può promuovere la crescita e la salute mentale sollecitando quel particolare processo che è la sublimazione, ossia la rinuncia alla meta sessuale a favore di oggetti ritenuti di alto valore sociale. Ecco che Freud comprende che non è tanto importante che il paziente comunichi, nel corso della terapia, il trauma rimosso che viene dal passato ma premere sulla forza che agisce nel presente. Il paziente “ripete” nel presente invece di “ricordare”, riproponendo all’analista i “sintomi”, e quest’ultimo finisce per somigliare alle figure più significative dell’infanzia del paziente stesso. Questo è l’amore di traslazione, una formazione mentale che è allo stesso tempo resistenza ad integrare memorie e fantasie infantili e strumento per conciliare sapere cosciente con un non sapere… Comprendendo che solo dal confronto continuo tra passato e presente si determina e si modifica la vita mentale della persona, Freud abbandona completamente l’idea di rintracciare in un singolo fatto l’evento causale della patologia. La terza tappa: la metapsicologia Freud comincia con l’elaborare una “metapsicologia” ossia una teoretica del profondo che conduca dietro la coscienza e che possa indicare i fondamenti fisiobiologici dell’inconscio. Per metapsicologia Freud intende un sistema di osservazione in base al quale ogni processo psichico possa essere esaminato secondo coordinate dinamiche, economiche e topologiche. Il punto di vista dinamico si riferisce al fatto che i fenomeni psichici possono essere analizzati come il risultato di una combinazione di forze tra loro antagoniste; la prospettiva economica introduce la dimensione quantitativa di queste forze; quella topica utilizza la disposizione spaziale dei sistemi dell’apparati che assicurano funzioni differenti: La convinzione essenziale della metapsicologia è che la psiche umana poggi sull’organico: la pulsione è in realtà un costrutto teorico che trae origine dall’interno del corpo e solo dopo perviene alla psiche. Freud sottolinea l’intenzionalità biologica dell’apparato psichico. Ritenendo che il compito principale dell’organismo sia l’adattamento alla realtà, pone al centro della sua concezione l’opposizione tra l’Io, ossia l’istanza organizzativa della personalità, e il mondo esterno, ossia l’ambiente inteso come somma di fattori biologici e culturali. L’inconscio è di natura psicologica, abita quell’area della mente che opera autonomamente e spesso in conflitto con la realtà dei fatti. Tale conflitto si ripercuote sull’intera totalità dell’individuo, quello che per Freud diventa l’Io-corpo. La libido oggettuale nelle condizioni di patologia può trasformarsi in libido narcisistica. E’ il caso della melanconia, quando l’Io diventa esclusivo oggetto d’amore per via della identificazione dell’oggetto perduto con l’Io stesso. Nel lutto la persona non riesce a distaccarsi dall’oggetto, che ormai non c’è più, causando quella forte crisi chiamata melanconia. Dopo l’introduzione del narcisismo, Freud comincia a comprendere che le pulsioni possono avere anche un oggetto interno, l’Io. Lo studio del conflitto tra pulsione sessuale e pulsione dell’Io fa ampliare il campo d’osservazione conducendolo dall’esclusivo sviluppo psicosessule a quello dell’intera organizzazione della personalità. Si apre, così, anche al sociale ed in particolare alla funzione della civiltà intesa come capacità dell’individuo di trasformare le proprie pulsioni egoistiche: emergono qui nuove tematiche quali quelle dell’aggressività e della morte. La quarta tappa: la teoria strutturale Pochi anni più tardi, Freud scopre che alla base del funzionamento della mente sta il fatto che l’Io realizza il suo sviluppo verso forme di organizzazione più complesse: dal principio di piacere, il soggetto punta verso il principio di realtà. La psiche umana, dunque, cerca di ripristinare le condizioni di minore tensione affettiva mentre cerca di promuovere, ad un altro livello la costruzione e la realizzazione di una esistenza viva e partecipe. In questo modo la psiche sembra contrassegnata dalla lotta incessante tra due istinti: da una parte Thanathos, la tendenza all’inorganico, all’inattività e alla morte; dall’altra Eros che cerca di connettere tra loro le sostanze in unità sempre più vaste. Considerando la vita psichica sempre in bilico tra distruzione e costruzione, la psicoanalisi affronta il campo della psicologia sociale: con l’identificazione Freud sottolinea l’importanza del legame affettivo con un’altra persona. Nella folla, infatti, si assiste all’identificazione di un individuo al posto dell’Ideale dell’Io di ciascuno dei facenti parte del gruppo. Nel corso dello sviluppo, l’Io si autoimpone all’Es come oggetto d’amore cercando di moderare le pulsioni legati all’edipico; solo dopo lo sviluppo di un Ideale dell’Io (Super-io) come esito delle identificazioni con il padre e con la madre, consente di padroneggiare il complesso edipico. Il Super-io diventa l’avvocato del mondo interiore, dell’Es, il portavoce delle richieste che l’Io non riesce a soddisfare nella realtà. La Ragione e la Necessità, dal canto loro, impongono all’Io la repressione delle pulsioni; l’Io opera nei confronti dell’Es ricorrendo all’angoscia, ossia a un segnale di dispiacere che possa bloccare l’impellenza pulsionale. Così Freud individua nell’angoscia la chiave per la comprensione della patologia. Alla fine si delinea un Es dominato dal principio di piacere, un Io che gestisce l’angoscia e la temporalità ed un Super-io deputato all’osservazione, alla coscienza morale, e alla funzione di ideale. Il rischio maggiore per l’Io, deputato a tenere a bada i suoi tre tiranni, è allora la psicosi, ossia il distacco dalla realtà che avviene perché il rimosso inconscio diviene troppo forte tanto da sopraffare il conscio che è legato alla realtà. La terapia psicoanalitica ha il compito di rafforzare l’Io alle prese con le richieste conflittuali della realtà e dell’interiorità. Il principio del determinismo psichico e l’inconscio Due sono le ipotesi più importanti della psicoanalisi: il determinismo psichico e l’assunto che non tutti i processi avvengano a livello consapevole. Per “determinismo psichico” Freud intende che nella mente nulla avviene per caso e che nessun accadimento psichico può verificarsi in maniera del tutto staccata dagli altri. Le discontinuità della vita psichica sono da attribuirsi all’esistenza di processo e fenomeni inconsci. A sostegno delle sue ipotesi Freud porta due tipi di fenomeni normali e psicopatologici. Tra i primi rientrano atti mancati, lapsus, paraprassie (sviste), motti di spirito, sogni; i secondi sono rappresentati dalle nevrosi. Per studiare i processi mentali inconsci Freud elabora un metodo che utilizzerà anche per il suo modello psicoanalitico. Tale metodo verrà adoperato per capire la formazione del sintomo nevrotico. La psicoanalisi in quanto metodo comprende tra le sue regole quella definita “delle libere associazioni”. In tale metodo, il paziente si impegna a riferire all’analista qualsiasi pensiero gli venga in mente evitando di esercitare qualsiasi tipo di “censura”: da queste, Freud poteva capire che cosa passava inconsciamente nella mente del paziente. Nel corso dello studio dei fenomeni mentali inconsci (pensieri, ricordi, desideri…) Freud si accorse presto che questi potevano essere distinti in due categorie: il primo tipo può essere richiamato alla memoria mediante uno sforzo di attenzione e li definisce preconsci; il secondo non può essere reso conscio, a meno che non si passi per qualche stratagemma. Freud riserva il termine inconscio a questo ultimo tipo di fenomeni. La divisione tra fenomeno consci e fenomeni inconsci ha comportato l’ideazione di un primo modello di funzionamento mentale: quello topologico. La psicopatologia della vita quotidiana In “Psicopatologia della vita quotidiana” Freud affronta il tema delle paraprassie, degli errori e delle omissioni di memoria considerato fino ad allora come “sbagli” e che, invece, assumono adesso un preciso ed importante significato scientifico. Per Freud tutto ciò è il prodotto di un’azione intenzionale, anche se inconsapevole. Alla base di questi tipi di fenomeni Freud ipotizza un desiderio inconscio non accettabile e creatore di angoscia; per questo, vengono rimossi dalla coscienza all’inconscio. Si parla così della “rimozione”. Atti mancati, lapsus e paraprassie diventano segni del fallimento del meccanismo che cade in uno sdrucciolamento della lingua; il desiderio inconscio vorrebbe comunque trovare soddisfazione e trova espressione in questi fenomeni. Il sogno Lo studio dei processi che portano al sogno prende avvio da quello sugli atti mancati. Proprio come nelle paraprassie e negli atti mancati, l’elemento onirico è inaccessibile alla coscienza del sognatore; esso diventa il sostituto deformato di qualcos’altro che l’interpretazione deve cogliere. Nel lavoro di interpretazione onirica, Freud suggerisce di seguire tre importantissime regole. La prima regola consiste nel riconoscere che ciò a cui si deve guardare non è quello che il sognatore racconta, ma ricercare ciò che sta sotto la narrazione stessa. Il sogno risulta infatti composto da un contenuto manifesto ed un contenuto latente. Il primo si riferisce a ciò che il sogno racconta, all’esperienza soggettiva che appare alla coscienza durante il sonno, mentre il secondo è ciò che è nascosto, l’insieme di desideri e dei pensieri che cercano di svegliare il soggetto che dorme. Quest’ultimo può essere raggiunto con la tecnica delle libere associazioni. Esistono comunque, secondo Freud, una serie di operazioni psichiche, chiamate “lavoro onirico”, che trasforma il materiale manifesto in quello latente. Inoltre la funzione del sogno è quella di proteggere il sonno da diversi stimoli: stimoli di paura esterna come, per esempio, la sete, un dolore, il suono della sveglia; stimoli di natura interna come pensieri, idee connesse a preoccupazioni di vita quotidiana che rimangono attive anche durante la notte. Freud ritiene che la parte più importante del sogno è quella che viene dal rimosso: sono gli impulsi dell’Es a fornire la maggior parte di energia psichica per sognare. Suscitatore del sogno è, dunque, l’appagamento di un desiderio rimosso che appare nel sogno sotto forma allucinatoria. Lo scopo del sogno è la gratificazione fantastica di un desiderio. I meccanismi di “lavoro onirico” sono quattro: la condensazione; lo spostamento; la rappresentazione plastica e l’elaborazione secondaria. Mentre i tre sono arcaici e appartengono a modalità di pensiero prelogico, l’elaborazione secondaria segue le leggi del pensiero razionale. Con la condensazione si combinano un certo numero di pensieri latenti in uno riassuntivo; con lo spostamento il sognatore sposta l’intensa attività psichica da un pensiero all’altro anche grazie alla facilitazione permessa dalla censura onirica; la rappresentazione plastica è responsabile del fatto che il sogno manifesto è composto essenzialmente da immagini e impressioni sensoriali che hanno la caratteristica della veridicità; con la elaborazione secondaria il sogno assume una certa logicità e coerenza, una forma cioè che ha un senso. L’interpretazione del sogno consiste nel disfare il prodotto del lavoro onirico, nell’invertire il processo di mascheramento per rivelare l’originale desiderio sottostante. In questo lavoro interpretativo si incontrano sempre delle resistenze tanto che Freud pensava che dietro al sostituto sta nascosto certamente qualcosa di molto importante. Il punto di vista economico Freud presuppone che ogni processo psichico debba essere considerato da tre punti di vista: dinamico, economico e topologico. Il punto di vista economico riguarda il concetto di energia e di scarica energetica. Il punto di vista economico postula l’esistenza all’interno della mente di una forza di tipo psicologico che possiede tre caratteristiche: può essere orientata verso un oggetto per giungere ad una scarica (meta); ha un’origine specifica (fonte) e una intensità (dimensione quantitativa). Freud postula l’esistenza di due opposte classi di energia: la libido e l’aggressività. L’energia segue una legge molto semplice, quella della scarica: ad ogni scarica corrisponde l’esperienza del piacere, ad ogni accumulo energetico non scaricato l’apparato psichico esperisce uno stato di tensione interna. L’investimento energetico è definito catexi, scarica psichica. La perdita dell’investimento è definita decatexi. Entrambi sono fenomeni puramente mentali. L’energia libidica e quella aggressiva hanno un’origine innata e biologica: sono una stimolazione della mente proveniente dal corpo. La libido viene generalmente indicata da Freud come un’energia “costruttiva”, orientata alla vita, mentre l’aggressività possiede una qualità “distruttiva”. In realtà, entrambe operano insieme, sono cioè fuse anche se in misura diversa. Secondo Freud le pulsioni possono essere caratterizzate tramite le loro vicissitudini: può verificarsi una trasformazione nell’opposto con esperienze passive ed attive; il soggetto e l’oggetto possono essere interscambiabili; la pulsione può essere rivolta verso il Sé a scopi difensivi; i derivati della pulsione possono essere rimossi; nella sublimazione le energie pulsionali sono trasformate in attività mentali. Nella fase conclusiva dei suoi studi, per Freud finiscono per esistere due istinti contrapposti: l’istinto di vita e l’istinto di morte: l’aggressività, secondo questa teoria, deriva dall’istinto di morte. Si ricorda come, invece, precedentemente aveva trovato l’aggressività all’interno dell’energia libidica. Le due posizioni verranno seguite rispettivamente da Hartmann e dalla Klein. La Klein parla di istinti aggressivi innati nei bambini che poi vengono rivolti verso l’esterno; Hartmann ritiene che l’istinto di morte sia solo speculazione biologica non verificabile e si sofferma sul concetto di libido. Con il termine “narcisismo primario” Freud indica una energia psichica indifferenziata che viene inizialmente investita sull’Io e che implica l’illusione narcisistica di essere perfetto. Successivamente una parte di questa energia viene diretta sull’oggetto: il primo oggetto sessuale investito di questa energia è la madre. Si tratta, comunque, di una scelta anaclitica. La scelta di investire sull’Io viene definita “investimento di tipo narcisistico”, quella di investire sull’oggetto “investimento di tipo oggettuale”. Le persone narcisiste amano se stesse come sono, erano e saranno; le persone analitiche amano coloro che le proteggono e tutti coloro che continueranno ad assolvere a questo compito. In ogni caso, con la maturazione il bambino non può mantenere l’illusione narcisista e, per cercare comunque di non abbandonare questa idea, si rivolge ad una nuova forma di Io ideale che lo aiuta a confrontarsi con il suo Io attuale e a reprimere le idee che non corrispondono alle sue esigenze. Nell’altro caso, la libido oggettuale può comunque essere ritirata dall’oggetto e tornare nuovamente sull’Io. Questo ritorno viene chiamato “narcisismo secondario”. Un altro importante tema riguarda l’autostima che dipende strettamente dalla libido narcisistica. Il punto di vista dinamico Freud pone l’accento sul “giuoco di forze” che si attiva nel campo della dinamica, forze che si dimostrano in aperto conflitto o che cercano un compromesso. Il punto, dunque, è riuscire a vedere come gli individui sono in grado di emergere da tali conflitti senza ammalarsi. Per Freud i conflitti sono sempre presenti: diventano patologici quando vi è uno scompenso tra le forze chiamate in causa con una evidente rottura dell’equilibrio psichico. Egli dimostrò che le forze dinamiche di qualsiasi conflitto derivano da una sola matrice: quella pulsionale. Sulla teoria di queste forze in conflitto si basa la teoria delle nevrosi che, secondo Freud, emergono da un conflitto interno tra pulsioni diverse. La teoria psicoanalitica classica offre una visione dell’apparto psichico in movimento. Freud concettualizza l’apparato psichico prima attraverso un modello topologico, successivamente strutturale. Ne “L’interpretazione dei sogni”, egli descrive la mente come una serie di componenti psichiche collegate le une alle altre: sistema inconscio, sistema preconscio e sistema conscio. Con queste distinzioni Freud affina il concetto di “incoscienza” distinguendo due diversi tipi di materiali mentali inconsci: il preconscio i cui contenuti possono essere riportati alla coscienza, e l’inconscio vero e proprio, organizzato secondo le leggi di un pensiero non logico. Approfondendo il sistema topologico, Freud si rese conto che i processi interni a questo sistema non si basavano semplicemente sull’esclusione di certi contenuti alla coscienza e che molti meccanismi di esclusione erano essi stessi inconsci. Dunque, riconsiderando il sistema propose una nuova ipotesi definita “modello strutturale” composto da tre parti: Es, Io e Super-io: ciascuna struttura possiede caratteristiche specifiche e specifici modi di funzionamento. L’Es è l’istanza psichica completamente inconscia, tesa allo scarico della tensione e non possiede nessuna forma di organizzazione; l’Io è l’agente esecutivo della mente, deputato a mediare tra le pressioni provenienti dall’Es e il Super-io, è la sede della consapevolezza; l’agente o l’istanza morale è rappresentato dal Super-io, erede del complesso di Edipo, responsabile del senso di colpa e della vergogna. Secondo Freud l’Es è presente fin dalla nascita. Da esso si differenzia prima l’Io e successivamente il Super-io, dopodiché ciascuno prosegue nel proprio sviluppo in maniera del tutto autonoma. Con le nuove concezioni sulla teoria duale delle pulsioni e con l’introduzione della teoria strutturale l’angoscia viene considerata come una funzione dell’Io, una funzione di “segnale” a disposizione dell’Io. Quando l’Io presume che un certo tipo di scarica comporti dei rischi o dei pericoli l’angoscia cerca di impedire la scarica attraverso l’utilizzo di meccanismi di difesa tra cui quello della rimozione. Sia l’angoscia che i meccanismi di difesa vengono attivati in maniera del tutto incosciente. Freud, in tal senso, distingue tra l’angoscia segnale e l’angoscia automatica: quest’ultima viene messa in atto in maniera automatica come reazione quando il soggetto sperimenta uno stato di pericolo. Egli la lega al trauma della nascita. Il punto di vista genetico Il punto di vista genetico implica l’assunzione che il passato dell’individuo influenzi il suo presente, dunque attribuisce grande rilevanza alle origini e alla progressione. Freud cercò infatti di individuare delle tecniche che permettessero di ricostruire e comprendere l’esperienza infantile. Un altro aspetto importante del punto di vista genetico riguarda il fatto che le esperienze infantili all’origine delle nevrosi infantili fossero psicologiche e non fatti reali. Pur non avendo compiuto osservazioni dirette sui bambini, Freud propose un modello evolutivo maturazionale e di sviluppo studiale rappresentato dalla teoria dello sviluppo psicosessuale. La teoria deriva dall’autoanalisi di Freud, dalla scoperta della rimozione e degli effetti dinamici dell’inconscio. Secondo Freud lo sviluppo della sessualità procede lungo una successione temporale dall’infanzia all’età adulta attraverso determinate fasi in cui acquisiscono dominanza quelle che Freud definisce zone erogene, centri di sensazioni piacevoli e sensuali. Dalla nascita sino ai 18 mesi domina la zona orale: labbra, bocca e lingua. Questa viene seguita, dai 18 mesi ai tre anni, dalla dominanza della zona anale: ano, retto e sedere. Poi, dai tre anni sino ai cinque-sei anni, acquista dominanza la zona fallica. L’idea originale di Freud è che la pulsione sessuale, prima di raggiungere la gratificazione adulta nell’area genitale, trovi soddisfazione in altre zone erogene che man mano vengono investite dalla libido. Durante la fase orale, la gratificazione sensuale è inizialmente associata alla soddisfazione di bisogni di nutrizione attraverso il succhiare. Successivamente, il succhiare, in quanto attività piacevole, diviene eroticamente gratificante in assenza di cibo: la stimolazione della bocca soddisfa i bisogni sessuali e allenta la tensione. Il secondo stadio dello sviluppo della sessualità risulta dall’investimento pulsionale di una seconda zona erogena: quella uretrale-anale. Il significato erogeno è legato all’eliminazione delle feci. Una gratificazione pulsionale arriva dal trattenere ed espellere le feci come dal guardare, toccare ed odorare. Quando il bambino raggiunge il terzo stadio di sviluppo psicosessuale, quello edipico-fallico, il punto di autostimolazione è rappresentato dai genitali. Qui, l’interesse per i genitali è grande per cui Freud parla di “organizzazione genitale infantile”. Sia per i maschi che per le bambine l’interesse è concentrato sul fallo. Con la progressione verso la fase fallica il bambino giunge a idealizzare il padre e il pene del padre e desidera averne uno uguale, un desiderio che comporta l’angoscia di castrazione basata sul timore della ritorsione. Con la progressione delle pulsioni, la sessualità si avvia verso le classiche vicende del complesso edipico: i bambini cominciano ad avere fantasie sessuali consce ed inconsce, e a provare interessi nei confronti del genitore del sesso opposto, che provocano sentimenti ambigui di amore e di odio nei confronti di entrambi i genitori. Di conseguenza, il bambino è costretto ad elaborare una qualche soluzione che lo spinga a controllare e abbandonare il complesso edipico. Alla fase fallica segue la fase di latenza sessuale che inizia intorno ai sei anni e si conclude alle porte della pubertà. Freud ritiene che durante questo periodo gli impulsi sessuali siano sottoposti a repressione e a formazioni reattive quali la moralità, la vergogna ed il disgusto. La teoria sessuale di Freud si amplia con l’introduzione del modello strutturale: il complesso edipico viene considerato all’interno dell’Io, provoca il segnale di angoscia e l’attivazione dei meccanismi di difesa sino alla formazione del Super-io. Freud, inoltre, volgerà la sua attenzione anche agli oggetti: la madre è l’oggetto d’amore primario, per entrambi i sessi nelle fasi pre-edipiche; con l’investimento nella zona genitale i bambini si accorgono delle differenze sessuali. La bambina si sente deprivata del pene e questo provoca una disillusione nei confronti della madre, per cui rivolge al padre le sua attenzioni d’amore. La risoluzione del complesso edipico è per la bambina di maggiore risoluzione in quanto manca l’angoscia di castrazione. Il sintomo nevrotico deriva da una mancata risoluzione del complesso edipico a livello pulsionale. La teorizzazione di Freud sulla psicopatologia è fortemente legata al concetto di nevrosi. Questo è intimamente connesso alla teoria del conflitto. Quando Freud cominciò ad interessarsi dei disturbi mentali si occupò essenzialmente di isteria. Il termine nevrosi faceva, quindi, per Freud, riferimento alle cosiddette “nevrosi attuali” nelle quali i sintomi dei disordini nervosi, quali l’ansia e l’astenia, erano attribuiti allo stress dovuto a disturbi attuali nel funzionamento sessuale. Esse erano caratterizzate da sintomi di natura psicologica ma su base somatica: si parlò, così, di psiconevrosi. Nell’indagine sulla eziologia di queste Freud giunse a due importanti considerazioni: l’evento scatenante è collocato nella prima infanzia; questo evento riguardava la vita sessuale della persona. Queste due scoperte aprirono la strada alla psicoanalisi classica. Dal punto di vista eziologico, la causa delle psiconevrosi venne identificare prima nel trauma sessuale subito e successivamente in un arresto maturativo dello sviluppo sessuale, per cui alla base della nevrosi ossessiva vi è una fissazione a livello anale, nell’isteria a livello genitale. Dopo l’introduzione della seconda topica, si modifica la visione delle psiconevrosi, soprattutto con l’individuazione del Super-Io per cui l’ossessività è legata ad un Super-io sadico.
Abraham fondò la prima Associazione Psicoanalitica internazionale a Berlino e rivolse il suo interesse allo studio delle psicosi, a quel tempo ritenute inaccessibili alla psicoanalisi stessa. Si occupò anche di miti e di sogno e di problemi di tecnica analitica. Egli ha dedicato grande attenzione all’analisi degli stadi pregenitali e al tentativo di comprendere le relazioni tra disturbi nella sfera dell’Io e disturbi nella sfera della libido. Nel primo suo scritto si riferisce che, se si vuole comprendere le differenze tra le diverse malattie mentali, occorre fare riferimento al gioco delle pulsioni e ai loro conflitti. Il mezzo attraverso il quale la libido investe gli oggetti è la traslazione. Nelle sue indagini cominica col definire i confronti tra isteria e dementia preaecox: mentre nell’isteria domina l’ambivalenza ma tuttavia la relazione con l’oggetto è mantenuta, nella dementia preaecox si manifesta l’eliminazione dell’amore oggettuale e della possibilità di sublimarlo. I sintomi di quest’ultima malattia – isolamento dal mondo, indifferenza emozionale, disturbi dell’attenzione, mancanza di umorismo, assenza di un rapporto intimo con gli oggetti – diventano una forma di attività sessuale autoerotica. In tal senso, venendo meno la capacità di traslazione sessuale e quella dell’amore oggettuale, verrebbero anche meno le condizioni per curarla con il metodo psicoanalitico. Abraham fa però molta attenzione a non generalizzare malattia e malati: ciascuno reagisce differentemente, alcuni con la ripetitività del lavoro, altri con il forte desiderio di ottenere un oggetto… Nevrosi e psicosi, con lui, cominciano ad avere più cose in comune tanto che egli si getta nell’impresa della ricerca di paradigmi comuni al funzionamento sano, nevrotico e psicotico della mente. Nelle ricerche sulla primissima fase dell’evoluzione Abraham getta la sua attenzione sulla fase orale, definita da Freud cannibalesca a motivo della forte spinta alla incorporazione dell’oggetto. In questa fase si notano le grandi differenze nella maniera che il bambino utilizza per relazionarsi al seno. Importanti in questa fase la bocca e la cavità orale: per molti soggetti schizofrenici questa zona ha preso il sopravvento rispetto alle altre zone erogene con il risultato che funzione sessuale e funzione nutritiva possono venire confuse l’una con l’altra. Inoltre, le fantasie connesse all’oggetto si colorano di desideri di incorporazione e annientamento. Questi desideri sono alla base di quella tendenza all’autorimprovero così comune ai soggetti melanconici. Abraham attribuisce grande importanza agli oggetti, siano essi esterni o interni, e al loro significato. Con la relazione tra perdita dell’oggetto e melanconia, egli cerca di capire le cause dell’alternarsi dell’umore nei cosiddetti disturbi circolari (psicosi maniaco-depressiva). Questa ricerca lo conduce ad ampliare il modello freudiano di sviluppo e a guardare specificamente alle relazioni intessute dal soggetto con l’oggetto. Per Abraham l’oggetto è essenziale, soprattutto quando sono in gioco sentimenti di perdita, di separazione, di abbandono, di esclusione, di angoscia di fronte la Sé e all’identità. Egli propone un modello di sviluppo più articolato rispetto a quello del maestro, sia per quanto concerne gli stadi di organizzazione della libido, sia per quanto si riferisce agli stadi evolutivi dell’amore oggettuale. Questo modello riesce a chiarire diversi punti: Secondo Abraham, nel primo stadio, quello orale, la libido del bambino è legata all’atto del succhiare. Questo è un atto di incorporazione; il secondo stadio si differenzia per il volgersi del bambino dall’attività del succhiare a quella del mordere. In questo stadio l’oggetto è incorporato. L’attenta analisi dello stadio sadico-anale consente ad Abraham di fare luce sui legami tra fantasie relative all’oggetto e reazioni corporee: il corpo diventa un parametro, un punto di riferimento, un mezzo di confronto tra fantasia e realtà, tra mondo interno e mondo esterno.
Sandor Ferenczi fu fondatore della scuola ungherese di psicoanalisi nonché stretto collaboratore di Freud. Egli approfondisce le dinamiche transferali ed il concetto di introiezione. Centrale nel pensiero di Ferenczi è l’idea della psicoanalisi come “attività di cura” che lo porterà verso la formulazione della cosiddetta “tecnica attiva”. Presupposto di questa è la fiducia, una modalità relazionale che affonda le sue radici nelle prime esperienze del bambino con l’adulto. Egli approfondisce, così, il tema del transfert e cerca di definire i confini tra suggestione, ipnosi e traslazione. Studiando il fenomeno ipnotico, riconduce la suggestionabilità alle modalità relazionali che legano il bambino ai genitori. Distingue tra una forma paterna di ipnosi basata sulla minaccia e una forma materna basata sulla dolcezza. Anche il transfert si base sulle medesime modalità relazionali: amore ed identificazione sono per molti aspetti equivalenti in quanto il bambino spontaneamente si identifica con i genitori. La psiche infantile funziona secondo due modalità: l’introiezione, ovvero l’assimilazione dell’oggetto, e la proiezione, ossia l’espulsione degli elementi spiacevoli. Introiezione e proiezione sono due fenomeni correlati, espressione del funzionamento naturale della mente. Grande l’interesse che Ferenczi nutre per il mondo interno come per la relazione tra questo ed il mondo esterno. Parla di una proiezione primaria, distinguendo i contenuti psichici tra “me” e “non me”, tra percezioni buone e percezioni cattive. L’autore delinea cinque fasi che segnano il passaggio dal principio del piacere al principio di realtà. La prima, a cavallo tra la vita intrauterina e la nascita, quando il neonato vive un periodo di onnipotenza incondizionata in completa dipendenza dalla madre. Segue il periodo definito magico allucinatorio, caratterizzato dai tentativi del neonato di ottenere appagamento attraverso l’atto del desiderare intensamente trascurando la realtà spiacevole. Gradualmente, le aspettative del bimbo diventano più aderenti alla realtà. Compare il gesto come strumento per ottenere una risposta. Così il neonato apprende il valore dei segnali magici in risposta ai quali ottiene appagamento. E’ il periodo dell’onnipotenza con l’aiuto dei gesti magici, nel corso del quale prende forma un linguaggio corporeo espressivo che si unirà, in seguito, alla parola. Questo è il momento in cui avviene la transizione tra pensiero magico e pensiero animistico. Quando il bambino cerca di ritrovare all’esterno qualcosa del suo Io ha inizio il pensiero simbolico che distingue questo stadio nella capacità del piccolo di rappresentare il mondo esterno con i mezzi del proprio corpo. Uno di questi mezzi diviene il linguaggio. A un grado ulteriore di sviluppo si colloca la riflessione cosciente per mezzo di simboli linguistici che consente la relazione tra suoni ed oggetti. Questo è il periodo dei pensieri magici e delle parole magiche. Il conseguimento di un senso di realtà adulto è basato sul fatto di riconoscere il mondo esterno ed incorporarne gli stimoli, trasformati in impulsi interiori. Secondo Ferenczi, il simbolismo si radica nel corpo: il bambino, di continuo, opera comparazioni tra le parti del proprio corpo e gli oggetti del mondo. L’Io-corpo è alla base dell’attività simbolica. Tuttavia questa comparazione non è ancora simbolo: lo sarà quando uno dei due termini – il più importante – verrà rimosso e l’altro acquisterà un significato affettivo che simboleggerà il rimosso. Con il progressivo di stanziamento da Freud, Ferenczi comincia con l’essere piuttosto critico con un certo tipo di tecnica. Egli sottolineerà la necessità, per l’analista, di saper padroneggiare alcuni fenomeni particolari del setting quali in controtransfert, di saper oscillare tra il libero gioco della fantasia e la verifica critica. Con la sua ”tecnica attiva”dà grande risalto alla relazione analista-paziente: egli mira a ridistribuire le energie di quest’ultimo cercando di sciogliere inibizioni o blocchi. La tecnica comporta anche l’imposizione al paziente della privazione e della frustrazione allo scopo di attivare, responsabilizzare il paziente. D'altronde, egli manifesta “amore e tenerezza” per il paziente e valorizza lo strumento empatico a suo parere in grado di sanare la frattura psichica tra sentimento ed intelligenza. Il vantaggio dell’empatia è l’entrare nelle sensazioni degli altri e di provare quel desiderio di aiutare che viene accolto positivamente dal paziente. Per apprezzare il contributo di Ferenczi occorre guardare all’audace tentativo che fece di connettere biologia e psicologia attraverso un quadro evolutivo generale dello sviluppo sessuale non più in prospettiva psicoanalitica ma bioanalitica. L’autore afferma che qualsiasi fenomeno fisico o fisiologico richiede una spiegazione metafisica e, dunque, psicologica, così come ogni fenomeno psicologico richiede una spiegazione fisica. Scopo dello studio è individuare parallelismi tra l’ontogenesi e la filogenesi della sessualità. Grande rilevanza viene così data al fattore perigenetico - intrauterino e neonatale - ritenuto momento critico dello sviluppo psichico. Tutto ciò lo porta a individuare nel trauma il fattore patogeno essenziale: ogni individuo si trova esposto, nel corso dell’infanzia, ad un ambiente adulto che procura, in diversa misura, traumi emozionali. L’autore individua una discrasia tra il bambino e l’adulto: la plasticità della psiche infantile fa sì che il bambino tenda ad adeguarsi alle richieste dell’adulto. Minacce ed offese lo portano a colpevolizzarsi costringendolo a sacrificare parti di sé non accolte pur di mantenersi unito a chi sente tanto necessario. L’adulto diventa un aggressore che invade e travalica i confini della personalità infantile provocando una “seduzione incestuosa”, fonte di grande dolore. La fiducia, nel setting, diventa un essenziale mezzo per modificare esperienze traumatiche.
Hartmann è considerato il fondatore della “psicologia dell’Io”. Centrale è la sua nozione di “funzioni psichiche” che lo portano a studiare la “normalità” prima di occuparsi della patologia. Per Hartmann l’Io risulta connesso al rapporto con la realtà tanto da diventare lo specifico organo di adattamento. Pur conservando la distinzione strutturale classica in Es, Io e Super-io, Hartmann si distanzia da questa per il ruolo assegnato all’Io: la genesi dell’apparato psichico comincia, così, dalla indissolubilità tra Io ed Es; l’Io si costituirà, passo dopo passo, come organo di adattamento con l’ambiente definendo anche l’ultima istanza, quella del Super-io. Secondo Hartmann l’Io evolve secondo tre determinanti: l’ereditarietà, l’influenza pulsionale e l’influenza della realtà. L’Io è, quindi, da un lato il prodotto della maturazione biologica individuale, dall’altro il risultato dell’evoluzione individuale secondo l’interazione tra disposizione genetica e fattori ambientali. La prospettiva teorica di Hartmann di costituire la psicoanalisi non come teoria del conflitto psicologico ma in qualità di psicologia generale lo porta ad estendere l’oggetto del suo studio all’adattamento dell’individuo alla realtà. L’Io diventa così più robusto nell’opposizione alle pulsioni dell’Es, avendo a propria disposizione un vasto assortimento di motivazioni quali le tendenze adattive, gli interessi dell’Io, gli imperativi morali. Per poter essere “autonomo” l’Io deve poter attingere a diverse fonti di energia, sia essa aggressiva, libidica o deisintualizzata. La neutralizzazione dell’energia psichica è un processo attraverso il quale l’Io elimina la natura sessuale ed aggressiva delle pulsioni. A differenza della sublimazione, la neutralizzazione modifica la natura stessa delle pulsioni. Con Hartmann il ruolo dell’aggressività si distacca completamente dalla pulsione di morte: l’energia proveniente dalla pulsione aggressiva può essere messa al servizio dell’Io con il controllo del corpo, della realtà e nella formazione della struttura psichica. Essa fornisce all’Io una forza motrice utile al suo funzionamento e permette la formazione del Super-io. Essenziale nell’autore è il concetto di adattamento: abilità produttiva, capacità di godere la vita e sano equilibrio mentale. Per Hartmann l’individuo nasce con una capacità innata di adattamento. L’individuo può modificare il suo ambiente in tre differenti modalità: Dunque, il funzionamento armonico dei vari aspetti del sistema psichico è dato dall’equilibrio tra individuo ed ambiente ma anche dall’equilibrio tra le pulsioni e le diverse funzioni dell’Io.
Negli anni ’40 la Società Psicoanalitica britannica attraversò un periodo di forti contrasti che viene fatta risalire alla diversa posizione di Anna Freud e Melanie Klein circa l’analizzabilità dei bambini piccoli. Questa disputa, comunque, si intersecava con questioni relative all’organizzazione della Società stessa e con la scelta delle linee guida per la formazione dei futuri analisti. Si vennero così a creare due gruppi per la cura dei training degli studenti: il primo gruppo composto da analisti kleiniani ed un secondo gruppo composto da analisti vicini alle idee di Anna Freud. Nacque il cosiddetto “Middle Group”, che successivamente si definì con l’aggettivo di “indipendenti”. Il nome di Fairbairn si lega allo studio sulla motivazione. Egli si contrappose a Freud su un punto soprattutto: mentre Freud parte dal concetto di arco riflesso e di stimolazione del sistema nervoso e fa derivare da esso quello di eccitazione, tensione e scarica, Fairbarn parte dall’Io e ne descrive i movimenti diretti a trovare un oggetto su cui appoggiarsi. Se questa ricerca funzionerà, si avrà un buon sviluppo mentale, in caso contrario lo sviluppo potrà essere patologico. La sua è una rilettura del modello di Freud diretta appunto a ridimensionare il concetto di pulsione e una proposta circa i fattori che condizionano lo sviluppo della mente. Come Freud, anche Fairbairn utilizza il concetto di libido ma per sottolineare come la sua meta non sia la ricerca del piacere ma la realizzazione di relazioni oggettuali soddisfacenti. Il contributo più importante dell’autore è dato nella descrizione della personalità schizoide; un altro campo nel quale ha portato chiarezza è quello dello sviluppo che avrebbe luogo a partire dalla identificazione primaria con la madre per arrivare alla autonomia relativa da questa come da altri oggetti. Ma resta comunque prioritario il concetto di motivazione. Fairbairn si oppone alla teoria pulsionale di Freud sulla base della convinzione che occorre guardare alla libido ma per rapporto all’oggetto al quale ciascuno anela. Dunque, il bisogno libidico è “bisogno dell’oggetto” e la semplice ricerca della riduzione della tensione alla ricerca del piacere implica già un qualche fallimento a livello delle relazioni oggettuali. Strettamente collegato a questo punto è il rifiuto della distinzione tra principio di piacere e principio di realtà. Per Fairbairn il bimbo è alla costante ricerca di relazioni oggettuali soddisfacenti; ne segue che il suo comportamento è sempre orientato alla realtà esterna, guidato dal principio della realtà. L’autore non nega che il bambino si comporta in maniera più impulsiva ed emotiva dell’adulto ma questo sarebbe esclusivamente dovuto alla mancanza di esperienza della realtà, non ad un’assenza di orientamento verso di essa. Un’ulteriore riflessione riguarda la cosiddette zone erogene: egli rifiuta di pensarle come fonti originarie di piacere. Preferisce considerarle “canali” attraverso cui la libido è diretta all’oggetto. Così l’individuo utilizzerebbe parti del proprio corpo per instaurare le desiderate relazioni con gli oggetti. Questo modo di pensare alle relazioni individuo-ambiente sottintende ed esalta una visione dell’uomo certamente diversa rispetto a quella freudiana. In quest’ultima il bambino nasce come organismo biologico, non già dotato di quelle capacità percettive, discriminative e relazionali sulle quali la moderna psicologia dell’età evolutiva ha attirato l’attenzione. Nel modello di Fairbairn il bambino, fin dalla nascita, è predisposto biologicamente per la sopravvivenza con innate capacità relazionali. Un altro modo con cui Fairbairn prende le distanze da Freud è la convinzione che non sia necessario ricorrere ad un Es fucina di energie cui le altre parti attingerebbero. È invece sufficiente postulare una sola struttura che è appunto l’Io dinamico originario. L’autore sostiene un’inseparabilità di energia e struttura sulla base del legame stesso di pulsione ed oggetto. Di conseguenza, per Fairbairn, l’Io e non l’Es è la struttura originaria unificata sin dalla nascita ed essa non deriva da nessuno scontro tra Es e mondo esterno: il bambino nasce con un Io rudimentale già intriso di pulsioni. Questo consente di spostare i conflitti tra Io e Es all’interno dell’Io stesso. Fairbairn descrive lo sviluppo come un movimento, un passaggio da una condizione di dipendenza infantile ad una condizione di dipendenza adulta o matura. Tra queste due condizioni ne inserisce una di mezzo che chiama transizionale. L’intento è anche quello di mostrare le diverse patologie che possono presentarsi se i conflitti connessi a ciascuno stadio e le tecniche adoperate per affrontarle non sono adeguate. Ne deriva un quadro che cerca di mettere in luce gli stretti legami tra sviluppo da un lato e psicopatologia dell’altro. Caratteristica di questo modello di sviluppo è la convinzione che ciò che separa uno stadio dall’altro è da una parte l’oggetto biologico appropriato al momento di sviluppo, dall’altra il processo che il legame con l’oggetto attiva nel singolo individuo. Mentre lo stadio della dipendenza infantile ha come oggetto il seno, il processo che accompagna la relazione è quello della identificazione primaria con la madre; nello stadio transizionale l’oggetto appropriato è la rappresentazione del seno ed il processo relazionale l’interiorizzzione; nello stadio della dipendenza adulta l’oggetto appropriato è l’organo genitale del partner sessuale e il processo relazionale è la relativa capacità di accettare la dipendenza. Nello stadio della dipendenza infantile, Fairbairn introduce la distinzione tra uno stadio orale precoce ed uno stadio orale più tardo. Già nello stadio orale precoce il neonato ha in sé la possibilità di decidere se succhiare o non succhiare: dunque si pone qui già il primo conflitto di base il cui concomitante in età adulta è il dilemma schizoide del come amare senza che l’amore divori l’oggetto amato. Nello stadio orale più tardo queste iniziali scissioni diventano complesse. Il bimbo comincia a sperimentare quello a sfondo depressivi: se continuare a succhiare oppure mordere. Concomitante in età adulta è il dubbio che la propria voracità, il proprio odio, possano distruggere l’oggetto del quale si pensa di avere assoluto bisogno. Di fronte a queste prime scissioni, l’Io di Fairbairn si divide in: Il processo di interiorizzazione ha il compito di far fronte alle scissioni attivate dai processi che hanno luogo nello stadio orale. L’intuizione è che, interiorizzandoli, gli oggetti possano essere in qualche modo controllati. L’Io libidico svolge una funzione di protezione di quegli aspetti dei genitori che continuano a stimolare i loro figli senza accompagnare questa azione con adeguate risposte alle loro domande di amore. L’Io antilibidico o “sabotatore interno” tende a svalutare l’Io libidico e a annullare la spontaneità e le capacità di relazionarsi agli oggetti in modo creativo. L’Io centrale ha la funzione di proteggere ciò che resta dell’oggetto originario dopo le scissioni cui la struttura egoica unitaria è andata incontro nella fese schizoide ed in quella depressiva. Nello stadio transizionale ha luogo un graduale allentamento dell’identificazione totale con la madre; è uno stadio caratterizzato anche dalle difese volte a superare le difficoltà ed i conflitti che ogni movimento comporta. E’ stato anche chiamato “stadio delle tecniche difensive”. Le principali tecniche volte a gestire i conflitti sono la paranoie, l’ossessiva, l’isterica e la fobica. Nella condizione paranoie il conflitto si caratterizza per la proiezione dell’oggetto: ci si libera dell’oggetto alienandolo da sé. Il risultato è che l’oggetto si vive non solo come cattivo ma anche come persecutorio. Nella condizione ossessiva il conflitto si manifesta come lotta tra ritenzione ed espulsione e può portare allo sperimentare di continuo vissuti quali lo “scoppiare” o il “sentirsi prosciugati”. Nella condizione isterica il conflitto si esprime attraverso l’accettazione dell’oggetto esterno ed il rifiuto di quello interno. Nella condizione fobica il conflitto è provocato dalla costante oscillazione tra fuga dall’oggetto, attivata dall’angoscia, e ritorno all’oggetto per timore di esserne abbandonati. Nello stadio della dipendenza adulta l’oggetto biologico appropriato è rappresentato dagli organi genitali eterosessuali. Questo tipo di dipendenza si differenzia da quella infantile perché implica la capacità di collaborare e di relazionarsi all’altro su un piano di parità. Per quanto concerne la psicopatologia, la distinzione tra stadio orale precoce e stadio orale tardo consente di isolare una patologia, quella schizoide, legata alla prima fase orale, da una depressiva legata a quella più tarda. La patologia schizoide deriverebbe da una convinzione del neonato: quella di non essere in grado di amare, anzi che il proprio amore sia cattivo e distruttivo. La condizione è la sperimentazione, nell’adulto, della sensazione di non essere amato per quello che è, di non essere considerato per il proprio valore. Queste sensazioni portano l’individuo ad una grande rabbia che diventa, da adulto, un ritiro della libido su sé stessi. Rinunciano alla libido l’Io rinuncia alla propria energia e così l’Io si sgretola. La perdita dell’Io ed il disastro psicopatologico è ciò che l’individuo schizoide combatte continuamente. La patologia depressiva emerge a partire da esperienze insoddisfacenti con l’oggetto durante la seconda fase orale. Essa insorge dalla convinzione del bambino che la sua aggressività sia cattiva e debba essere contenuta. In questo modo rimane in una situazione di incertezza e di ambivalenza nei confronti dell’oggetto. Fairbairn individua l’origine delle psiconevrosi nell’uso coatto delle tecniche difensive. Michael Balint divenne psicoanalista sotto la guida di Ferenczi. Il suo nome è legato ai cosiddetti “Gruppi Balint” di sensibilizzazione dei medici generici nelle loro capacità di relazione interpersonale. Come Fairbairn, anche Balint è del parere che la psicoanalisi necessiti di una teoria che fornisca una buona descrizione dello sviluppo delle relazioni oggettuali. A differenza di Fairbairn non abbandona il modello pulsionale ma cerca di integrarlo convinto che la pulsione sia una delle forze motrici dell’essere umano. Il risultato lo si può apprezzare in rapporto a due aspetti del pensiero freudiano: quello riguardante il modello della organizzazione pregenitale e quello concernente il narcisismo primario. Per quanto riguarda il primo punto sottolinea che le fasi pregenitali vengono attraversate senza intoppo; solo nei casi patologici esse divengono attive. Per quanto riguarda il secondo punto, respinge il concetto di narcisismo primario pensando, invece, che il bambino venga a trovarsi da subito in condizioni di relazionabilità con l’ambiente e che il bisogno di essere amato rappresenti la forma primaria di rapporto. Dunque, il narcisismo è sempre secondario e consiste nel darsi da sé quello che è mancato nel rapporto con l’oggetto primario. A partire da queste premesse l’interesse di Balint si indirizza alla ricostruzione dei primi giorni e mesi di vita per comprendere ciò che influenza in modo determinante le modalità di rapportarci a noi stessi e alla realtà esterna. Per dare senso e contenuto a queste convinzioni si rifà alla realtà biologica del feto. Con la nascita si rompe la relazionalità arcaica e ciò da inizio alla separazione di individuo ed ambiente. L’ambiente esterno comincia a caratterizzarsi come un insieme di oggetti che si differenziano e si contrappongono. Alcuni di questi oggetti sono particolarmente soddisfacenti: il bambino, sente che vi è un oggetto primario che ha desideri simili ai suoi. Si crea, così, quel senso di sicurezza che rende possibile una relazione. Un tratto distintivo di questa forma primaria di relazione oggettuale è il fatto che l’oggetto è dato per scontato. L’amore primario è l’origine dello sviluppo libidico umano. La meta permanente di tutte le relazioni d’oggetto è il desiderio primitivo di essere amato. Se il rapporto si struttura con una parte dell’ambiente o con un oggetto è in contrasto con l’armonia precedente, la libido si può ritirare sull’Io: è il narcisismo secondario. Un’altra reazione a relazioni oggettuali non soddisfacenti è rappresentato dall’amore oggettuale attivo: in questo caso il bambino cerca di piacere all’oggetto così da esserne in cambio soddisfatto. La frustrazione, quando non si è soddisfatti, può creare aggressività che rappresenta una forma di difesa contro il dolore della perdita di onnipotenza. Quando l’individuo è costretto a difendersi precocemente dall’aggressività, non potendo più questa essere agita, fa subentrare la rassegnazione, la passività, la depressione. Il risultato di questo fallimento nella relazione madre-bambino origina un difetto di base chiamato “difetto fondamentale” che riguarda relazioni diadiche e origina da carenze antiche: si tratta di un’area intrisa di ansia, spesso di angoscia, e di richieste continue di non essere abbandonati. Come reazione al difetto fondamentale si sviluppano l’ocnofilia e il filobatismo. Il soggetto ocnofilo (dal greco appoggiarsi) tende ad instaurare con l’oggetto legami di totale dipendenza. L’oggetto è visto come sostegno vitale permanente. Il filobate (dal greco chi cammina in punta di piedi) è il soggetto che riesce a trovare piacere solo nelle situazioni da brivido. Egli cerca di evitare accuratamente ogni contatto con gli oggetti sentiti come inaffidabili. Mentre l’ocnofilo iperinveste i rapporti oggettuali, ovvero conta solo sugli altri, il filobate iperinveste le proprie funzioni egoiche ovvero tende a contare solo su se stesso. La teoria dello sviluppo di Balint prevede altre due aree mentali che si dipartono dall’amore primario e dal difetto di base: l’area del conflitto edipico e l’area creativa. L’area edipica è contrassegnata dal rapporto a tre; la definisce “rapporto centrale” perché ogni individuo deve attraversarla e ne rimane segnato in relazione al tipo di soluzione che riuscirà a trovare. L’area creativa si sviluppa da quella edipica. E’ caratterizzata dalla fantasia che non vi siano oggetti esterni in grado di limitare il pensiero e l’emozione. Il soggetto è impegnato a produrre qualcosa di fuori da sé: questo qualcosa non è necessariamente un “oggetto”; può essere una creazione artistica, matematica o filosofica, purché sia nuova. L’area della creatività non può essere descritta attraverso il linguaggio convenzionale. L’autore usa il termine “pre-oggetto”. Nel trattamento psicoanalitico grande importanza acquista la “regressione” vista come l’emergere nella relazione analitica di qualcosa che è al tempo stesso primitivo e semplice. Si possono distinguere tre livelli di regressione a seconda che coinvolga l’area edipica, l’area creativa o l’area del difetto fondamentale. L’area edipica permette al paziente di riconoscere con gratitudine i tentativi dell’analista di ampliare il campo duale al campo triangolare e collaborare con lui; l’area creativa potrebbe manifestare, ad esempio, momenti di silenzio, percepibili non certamente come resistenze ma come atto creativo, appunto; l’area del difetto fondamentale si caratterizza per il tentativo di tradurre in un linguaggio condiviso esperienze primitive. Si può ancora distinguere tra regressione maligna e regressione benigna: la prima è una sorta di regressione per la gratificazione nella quale il paziente tende ad aggrapparsi al terapeuta spostando il soddisfacimento di un desiderio, magari arcaico, su un nuovo desiderio; quella benigna è detta regressione per il riconoscimento e si manifesta quando il paziente non presenta grandi difficoltà a realizzare relazioni di fiducia perché l’ambiente e l’analista diventino strumenti da adoperare per la soluzione dei problemi interiori personali. Scopo della psicoterapia è quello di consentire al paziente di sperimentare con il terapeuta un rapporto nuovo rispetto a quello che ha condizionato il difetto fondamentale; questo può dare vita alla consapevolezza che il difetto ha influito ed influirà nella vita, che lascia una ferita che non si rimargina.
La psicologia psicoanalitica del Sé è frutto del lavoro di Heinz Kohut che individua nell’empatia il metodo principe per la raccolta dei dati in psicoanalisi e con esso uno strumento cardine per il suo orientamento. Essa è nata dal trattamento di pazienti con “disturbi narcisistici” per i quali Kohut riteneva inadeguato il modello strutturale della psicologia dell’Io. In particolare, il suo lavoro si incentrò sui “bisogni” dei pazienti, affinché questi venissero compresi e soddisfatti. Secondo lui, il mondo interno non può essere osservato con organi di senso ma abbisogna dell’empatia. Il bambino desidera sin dalla nascita un’empatia totale e totalizzante. Kohut mette da subito in evidenza come lo strumento principe dell’osservazione psicoanalitica non debba essere l’esame anatomico del comportamento ma l’introspezione del paziente e l’empatia dell’analista. Per Kohut, la stessa sessualità non è concepita come un fenomeno biologico ma psicologico: a suo avviso la “pulsione” deriva dalla investigazione introspettiva di una esperienza interna. Proprio per questo giunge a pensare che l’introspezione sia l’unico strumento in grado di provare l’irriducibilità dell’esperienza umana; dunque l’empatia consente di operare di operare un vaglio all’interno dei concetti psicoanalitici in modo da discriminare quelli validi da quelli che non lo sono. L’uso dell’empatia non basta, però, a fondare una psicologia scientifica. La raccolta dei dati psicologici deve essere seguita dal loro ordinamento: quando l’empatia pretende di sostituire le fasi esplicative della psicologia scientifica porta a un deterioramento dei livelli scientifici ed una regressione ai limiti della soggettività. Psicologo scientifico e psicoanalista devono essere capaci di comprensione empatica ma abbandonare l’atteggiamento empatico quando si passa ad altre fasi della ricerca. Cos’è, dunque, l’empatia? Kohut la riconosce come la capacità di pensare e sentire sé stessi nella vita interiore di un’altra persona. Kohut è convinto che la teoria dello sviluppo deve spiegare la psicogenesi dei disturbi mentali e perciò non definisce una teoria precisa e scandagliata; quello che fa è l’evitare la demonizzazione del narcisismo e dei bisogni infantili. Anche quando si interessa a fenomeni particolari quali l’umorismo, la saggezza e le ambizioni, Kohut si concentra sugli impedimenti che ne ostacolano lo sviluppo e sulle condizioni terapeutiche che possono riattivarle. Parlando di osservazione, mentre l’impostazione classica postulava una linea evolutiva verso l’amore oggettuale che portava al narcisismo secondario, per Kohut la linea evolutiva andava interpretata diversamente. L’autore presuppone che i bisogni narcistici permangano lungo tutta la vita seguendo uno sviluppo parallelo a quello dell’amore oggettuale. Quando i nuclei frammentati del Sé acquistano coesione nel narcisismo primario possono muoversi: Kohut considera la posizione classica del narcisismo “moralistica” perché contrappone l’amore di sé con l’amore dell’altro considerando il primo come qualcosa di negativo. Al contrario, occorrerebbe pensare che queste due linee si muovono nella contemporaneità in maniera indipendente: una porta dall’autoerotismo verso il narcisismo, all’amore oggettuale; l’altra porta dall’autoerotismo a forme più alte di narcisismo. Partendo da questi presupposti, Kohut traccia la famosa ipotesi del “doppio binario”, oggettuale e narcisista. Non lontano dalla posizione di Winnicott, il successivo procedere dello sviluppo sarebbe legato alla capacità della madre di disilludere gradualmente il bambino; questo concetto nasce dal principio della “frustrazione ottimale” generatrice della capacità fondamentale di tollerare le tensione. L’imago parentale idealizzata è lo stato in cui la psiche salva una parte della esperienza narcisistica attribuendola ad un oggetto-Sé arcaico e rudimentale.Dal momento che tutta la felicità risiede nell’oggetto idealizzato, il bambino per non sentirsi vuoto quando è separato da questo, cerca di mantenere l’unione costante con esso. Anche qui il processo di sviluppo è mantenuto in moto dalla frustrazione ottimale che porta alla sua trasformazione in un processo che Kohut chiama di interiorizzazione trasmutante che porterà alla creazione del Super-io. La libido narcisistica non scompare con queste prime fasi di sviluppo ma continua a svolgere un ruolo significativo nei rapporti oggettuali maturi. La riuscita di questo processo dipende dalla esperienza reale con gli oggetti-Sé genitoriali. Laddove il Super-io non è sufficientemente consolidato, la persona resta alla continua ricerca di conferme e fonti di appoggio esterne; in ogni caso il processo di costruzione delle strutture interne è lento e resta vulnerabile fino alla fine del periodo edipico e anche oltre la prima latenza. In queste idee di Kohut troviamo il concetto che lo sviluppo continui ben oltre l’infanzia e l’adolescenza e che queste dipendono dalle funzioni di sostegno dell’ambiente di oggetto-Sé quali partner, amici, figli… Il Sé grandioso costituisce il completamento dello stadio dell’imago parentale idealizzata. Esso può seguire due strade: in condizioni ottimali, l’esibizionismo e la grandiosità vengono gradualmente attenuati e l’intera struttura integrata nella personalità adulta fornendo il carburante alle ambizioni; se invece il bambino subisce gravi traumi narcisistici il Sé grandioso non si assorbe nell’Io ma si conserva nella sua forma inalterata e lotta per il raggiungimento di scopi arcaici. Pensando alle circostanze che possono favorire l’integrazione del Sé grandioso, Kohut individua le reazioni parentali appropriatamente selettive: il bambino deve imparare ad accettare i propri limiti realistici e rinunciare alle fantasie grandiose per sostituirle con mete e scopi sintonici all’Io. La trasformazione del Sé grandioso risente delle influenze delle personalità importanti che circondano il bambino, imago delle persone che aveva accettato come estensioni della propria grandezza. Il riconoscimento graduale delle imperfezioni e dei limiti realistici del Sé è il requisito essenziale alla salute mentale nel settore narcisistico della personalità. Le osservazioni di Kohut sul complesso edipico definiscono differenze se il bambino vi entra con un Sé saldo e coeso che gli permetterà di sperimentare sentimenti autoaffermativi oppure no: essenziale, comunque, la risposta che il bambino ottiene in senso di empatia, non empatia o empatia parziale. Secondo l’autore, in circostanze ottimali le esperienze edipiche contengono una componente di profonda gioia. I “genitori ottimali” sarebbero persone in grado di vivere e seguire la crescita della generazione successiva senza eccessive difese. La differenza essenziale tra la visione classica e l’approccio della psicologia del Sé dipende dal sottolineamento in quest’ultima degli aspetti accrescitivi piuttosto che di quelli negativi. Questo periodo diventerebbe, così, un periodo meno violento e meno angosciante, se paragonato al modello classico di complesso edipico. Il Sé è il centro dell’attenzione di Kohut: esso è una struttura specifica dell’apparato mentale, il centro dell’universo psicologico dell’individuo. Ci sono, quindi, due accezioni al termine: Il Sé, secondo Kohut si forma quando l’ambiente reagisce al bambino come se egli avesse un Sé rudimentale. In questo, essenziali si dimostrano le risposte empatiche dell’ambiente per la sopravvivenza del Sé nascente. Kohul parla di Sé come di un “arco di tensione nucleare” che tende a realizzare le sue potenzialità intrinseche attraverso ideali e ambizioni. Per Kohut l’indisponibilità degli oggetti reali a fungere da oggetto-Sé diventa la base della psicopatologia. Però, la sua posizione in psicopatologia è tutt’altro che univoca. Mentre in un primo periodo l’autore si sforzò di distinguere il piano della patogenesi da quello del trattamento, successivamente optò per considerazioni più onnicomprensive riguardanti i “disturbi del Sé”. E’ chiaro, comunque, che grande attenzione viene concesso al contesto interpersonale primario: il trauma genetico fondamentale è radicato nella psicopatologia dei genitori e specialmente nelle loro fissazioni narcisistiche. In tantissimi passaggi Kohut sottolinea il ruolo delle risposte materne e paterne nello sviluppo patologico del Sé del bambino. I disturbi di personalità narcisistici costituiscono uno dei tempi più importanti della clinica kohutiana: la prima caratteristica di questi disturbi è l’analizzabilità in quanto questi pazienti hanno raggiunto un Sé coeso. A differenza degli psicotici sono capaci di stabilire transfert stabili che permettono la riattivazione delle strutture arcaiche. I disturbi narcisistici sono disturbi del Sé e della regolazione dell’autostima. L’Io teme la vulnerabilità del Sé, la sua frammentazione o intrusioni tanto cha abbisognano della presenza continua degli oggetti, della loro approvazione e conferma. La sintomatologia è piuttosto ampia e vaga: umore depresso, mancanza di entusiasmo e spirito d’iniziativa, svuotamento dell’esperienza interpersonale, tendenze perverse. Tende a coinvolgere molteplici livelli: la sfera sessuale; la sfera sociale; tratti di personalità manifesti quali mancanza di senso dell’umorismo, mancanza di empatia, tendenza ad attacchi di collera incontrollata; la sfera psicosomatica quali preoccupazioni ipocondriache. Kohut propone di differenziare due gruppi di disturbi di personalità: La posizione terapeutica di Kohut è particolare: compito dell’analisi diventa l’esplorazione dei difetti della struttura del Sé mediante l’indagine dei transfert di oggetto-Sé. L’essenza del processo di guarigione non sta nella trasformazione dell’inconscio in conscio e neppure in una accresciuta capacità di controllo delle pulsioni ma nella capacità di rasserenarsi da soli, nell’acquisizione di un senso di continuità del Sé nel tempo grazie alla disponibilità di un oggetto-Sé che è il terapeuta. Sul piano terapeutico, lo sforzo di comprensione analitica permette di recuperare situazioni deficitarie al fine di attivare e rafforzare le potenzialità maturative bloccate. Il processo analitico non può costruire ex novo un Sé nucleare ma può colmarne le lacune, le debolezze e le disarmonie. Strumento per eccellenza è la comprensione empatica.
I grandi della psicologia
Bion lega il suo nome al campo della ricerca sulla continuità tra processi somatici e processi psichici. Secondo Bion, il corpo, ben lungi dall’essere visto in maniera meccanicistica, evoca la psichicità come messa in forma dei vissuti emotivi. Il pensiero è il modo tipico di legare questi vissuti, cioè di dar loro significato. Tale immagine di mente trova una prima espressione della tesi di un livello “protomentale” presente in ciascuno: esso spiega sia le transizioni tra il somatico e lo psichico, sia l’assetto originariamente gruppale della mente di ciascuno. L’originario assetto gruppale, che riguarda la coppia madre-bambino, rende plausibile l’idea che la madre stessa possa rielaborare il vissuto emotivo del bambino in vece sua. Con Freud, Bion condivide l’idea di una psichicità in principio anoggettuale, ma mentre Freud curva quest’area nella direzione di pulsioni che cercano l’oggetto con cui soddisfarsi, Bion lavora sull’idea che questa si organizza in un pensiero, in un significato. Gli studi che Bion dedicò ai gruppi lasciano intravedere i primi nuclei del suo modello di mente. Furono stimolati dal compito affidatogli dall’esercito inglese di curare la riabilitazione di soldati affetti da nevrosi da guerra. Egli tentò pionieristiche collettive, promovendo attività di gruppo autogestite. Il lavoro di gruppo lo aiutò a concepire la terapia come “terapia di gruppo”: il gruppo è cioè considerato come se fosse un soggetto unico e non una somma di individui con relativi problemi. Bion osservò l’affiorare di una serie di stati emotivi che chiamò “mentalità di gruppo” o “cultura di gruppo”. Inventandosi nuove espressioni linguistiche, Bion chiamò “assunti di base” tre configurazioni tipiche della mentalità di gruppo: Il terapeuta interviene interpretando lo stato emotivo del gruppo, l’atmosfera dominante. È molto importante la nozione di sistema proto-mentale: esso si qualifica come un’area a cavallo tra mente e corpo, sede di emozioni caotiche, non ancora distinte le une dalle altre. Questo sistema è in funzione del gruppo, si configura come una sorta di gruppalità interna all’individuo, che Bion chiama “valenza” ad esser uno col gruppo. Questo momento gruppale geneticamente precede la propria individuazione come soggetto cosciente e distinto dagli altri. Gli assunti di base, in tal senso, devono essere superati nella direzione della differenziazione individuale, acquisendo una percezione più obiettiva della realtà. Il primo modello di sviluppo della personalità proposta da Bion si poggia sulla elaborazione del pensiero in forme sempre più mature. In ogni passaggio, il pensiero viene concepito in stretta relazione con la sfera emotiva. Alla costituzione del pensiero concorrono le afferente sensoriali, quelle emozionali, le sensazioni di piacere, di angoscia, di terrore, di qualsiasi provenienza siano. Bion chiama “elementi alfa” le immagini visive, gli schemi uditivi e quelli olfattivi, tutto il materiale utilizzabile dai pensieri onirici mentre “elementi beta” le afferente sensoriali ed emozionali grezze. Sono, questi ultimi, “pensieri non pensati” che si collocano il un protopensiero radicato nella corporeità vissuta. La capacità di metabolizzare sensazioni ed emozioni grezze è detta “funzione alfa” che ha il compito di elaborare pensieri. I primi pensieri elaborati sono appunto gli elementi alfa che dimorano in una dimensione che unisce sensorialità ed emotività. Già in queste fasi di sviluppo si attua il passaggio dalle “preconcezione” alla “convinzione”: la prima è una sorta di pensiero consistente in un’aspettativa; la seconda si rivolge ad un oggetto veramente pensato. Alla formazione della funzione alfa e alla capacità di modificare gli elementi beta concorre la madre con la sua minore o maggiore capacità di dare un senso, una risposta corretta alle emozioni del bambino: lei si pone, in tal modo, come contenitore degli elementi beta - le sensazioni di sofferenza – che il bambino proietta. La funzione materna è resa possibile dalla reverie, una dote di immedesimazione con un pensiero preconcettuale ed empatico nei vissuti del piccolo, restituendoglieli elaborati. Consistendo in una sorta di comunicazione viscerale, la reverie suppone evidentemente un’area proto-mentale. Infine, un certo rilievo nello sviluppo del pensiero del singolo hanno i miti che Bion pone tra gli elementi alfa e le preconfezioni. Il mito fa parte dell’apparato primitivo degli strumenti di apprendimento che possiede l’uomo. Essi consentono di mettere ordine nella conoscenza del mondo, organizzando in trame i rapporti tipici tra gli individui. Fanno inoltre parte del patrimonio culturale comune. Guadando ai rapporti tra conscio ed inconscio, Bion suppone l’idea di un passaggio fluido, osmotico tra le due aree della psichicità introducendo il concetto di “barriera di contatto” intesa come un’area di passaggio simile alle sinapsi neuronali. In questo contesto Odio (H) ed Amore (L) sono reinterpretati, subordinati come sono da un terzo fattore, la conoscenza (K). Odio e Amore sono qualità del legame che si instaura tra due soggetti e dunque modalità di conoscere e rappresentarsi l’altro. Pertanto, Amore, Odio e Conoscenza sono componenti del “legame dinamico”. Il problema della crescita va man mano a radicalizzarsi: da una parte Bion insiste sulle ristrutturazioni necessarie ad ogni cambiamento, dall’altra sulla necessità di recuperare l’origine entrando in contatto con quello che chiama “O”. Questo riguarda lo stesso essere, è Verità assoluta, è di per sé inesprimibile, nel senso che eccede la parola. “O” è l’area alla quale attinge non solo il mistico ma anche l’artista, lo scienziato geniale, il capo carismatico, ogni personalità fortemente innovativa che elabora un’idea nuova ripartendo dalle radici. Essa richiede il passaggio da un’esperienza di forte destrutturazione; simile a quella che anche in analisi deve passare analista e paziente prima di giungere alla “trasformazione”. Bion dedica grande attenzione alla cura dei soggetti psicotici: secondo lui, in gioco non è tanto la dinamica di oggetti cattivi, scissi, proiettati o introiettati quanto la disgregazione della funzione di contenimento. Lo psicotico appare come un soggetto sopraffatto da una serie di elementi beta collegati ad un senso di catastrofe-Non essendo in grado si far uso dell’esperienza emotiva, le emozioni stesse producono il disastro sullo sviluppo della personalità. La responsabilità della catastrofe psicotica è da attribuirsi al fallimento o alla carenza delle reverie materna che porta il bambino ad introiettare su “terrore senza nome”. Se nella psicosi si assiste al crollo dell’apparato per pensare si comprende la differenza con la nevrosi. In questa il conflitto è tra un insieme di idee ed un altro; nella psicosi tra conoscenza ed incapacità di formare conoscenza. Nella nevrosi il soggetto è giunto a formulare un pensiero, una verità che però respinge; nella psicosi gli elementi beta restano come “cose in sé”, cioè vissuti non pensati.
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